Pudore


Il pudore è il mio modo di difendermi. Autoreferenziale, cinico, il pudore mi appartiene da sempre, come la malinconia. Sono quei geni che ti inietta la vita, quei germi che cerchi di estirpare e poi tornano sempre. Ti chiudi nel silenzio, cinto dalla tua corona di pietra, quasi a difenderti da una realtà in cui c’è chi vende la propria intimità per il consenso. Mi pare ci sia concesso tutto e subito, di vivere una realtà della violenza spiattellata sotto gli occhi di tutti, del fare pornografico, attento a non tralasciare alcun dettaglio che possa essere reso o che renda mi verrebbe da dire. La vita è diventata una prestazione, quindi abbiamo ansia della vita. E poi esiste il pudore, quello insolente, dei silenzi rubati ai monologhi, delle buffe pose da fototessera, da recita di scuola elementare, da lettera di babbo natale, da primo bacio. Il pudore non funziona più, perché imponiamo ai nostri figli una religione, di avere una vita social, di saper posare per una foto, ancor prima che sviluppino un senso critico, ancor prima che possano sbagliare, essere timidi, imponiamo loro il nostro credo. Poi leggi da qualche parte che esiste ancora il pudore, che esiste ancora il “mio”, il “tuo”, che esiste ancora quello spazio recondito in cui guardarsi negli occhi è un atto di concessione. Esistono tanti sentieri inesplorati, peccato che tutti cercano di andare nella stessa direzione.

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