Civetta


Quanto è utile guardarsi allo specchio, riconoscere l’iride che precede l’anima. Quanto è utile stare in silenzio ed ascoltare i rumori dello stomaco sopraffatto dalle paure. Quando stiamo realmente con noi stessi? Ci prendiamo abbastanza tempo per conoscerci? Una volta, mentre passeggiavo di notte lungo una stradina di campagna si posò vicino a me una civetta e mi guardò, dritto negli occhi. Il suo sguardo pungente mi immobilizzò e prima ancora che potessi possedere quell’istante, lei volò via in un battito di tuono. Il tempo di un fendente dritto al ventre. In quell’istante ho capito il senso del mio stare al mondo, quello stupore misto a rabbia e non senso mi riconciliava con la mia natura. Come se il bambino dentro di me, avvolto dalla lunga barba della maturità, mi ricordasse che qualsiasi strada avessi deciso di prendere, lui sarebbe stato li come una presenza scomoda a ricordarmi che i sogni fanno parte di me come tutto il resto. I sogni come le paure. Perché un uomo la maturità la misura non solo dalle zampe di galline intorno agli occhi ma anche dal sorgere delle paure che precedono l’essere figlio all’essere padre. Ma nonostante tutto quella notte la vita mi stava insegnando qualcosa di più su me stesso. Mi stava raccontando di un bambino che ha fretta di crescere, che indossa la sua cravatta e che la mattina quando guarda i suoi profondi e scuri occhi riconosce il volo di una civetta che stringe i polsi dell’anima ai sentieri della fantasia.

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