Oggi vorrei lasciare sepolta sotto metri di sabbia qualsiasi struttura retorica e raccontarvi una storia fatta di persone vere. Avrei potuto intitolare queste righe “L’illusione della vista”, capirete presto perché. Ma prima di raccontarvi questa storia vorrei fare un passo indietro. Avete presente tutte le volte che si presenta un uomo o donna con qualche forma di disabilità grave dinanzi ai vostri occhi? Avete presente quel sentimento misto a compassione e comprensione? Quando eravate certi di potervi immedesimare nelle loro vite, nelle vite delle loro famiglie? Fissate nella vostra mente quest’immagine per qualche secondo.

Ieri sera un caro amico mi invita a sottopormi ad un esperimento. Mi chiede di partecipare al “Dialogo nel buio”. A Milano, una struttura che da anni si occupa di non vedenti, ha dato vita al “TrattoNero-il gusto dei sensi” (di sotto troverete il link), un luogo in cui provare l’esperienza del “non vedere”. Un luogo in cui non conta chi sei, da dove vieni, quanti soldi hai. Un mondo in cui misurarsi con un limite, sul quale fondiamo la nostra intera esistenza..la vista. Quello che succede è molto semplice: vieni trasportato in una camera oscura, in cui uno dei tuoi sensi viene annullato, la vista appunto. Devi adattarti, ripensarti, ricollocarti. Adattare al contesto i sensi che ti restano, fidarti delle mani delle guide che ti indirizzano negli spazi ciechi. Devi mettere in discussione tutto ciò che sei, i filtri che applichi alla vita, i giudizi affrettati. Non ti resta nulla se non il tatto e l’udito e devi fidarti di loro. Devi riconoscere il mondo senza vederlo.

Ora tutti diranno: “Beh, che cazzo ci vuole! Ti mettono una benda e via. E’ come chiudere gli occhi. Tanto c’è la guida!”. Si, l’ho pensato anch’io quando con fare superficiale mi sono buttato in quest’esperienza, fino a quando non ho visto. Ops! Volevo dire fino a quando non ho sentito! Siamo entrati in questa stanza e chiusa una serie di porte scorrevoli dietro la schiena ci siamo ritrovati nel buio pesto. Ora, quando uno pensa al buio, pensa che il buio sia unico. Il buio di due occhi chiusi, di una benda sugli occhi, il buio di un barattolo di china. Nulla di tutto questo. Il buio ricreato nella camera oscura è il buio di chi non ha mai visto. E’ un buio talmente denso che i tuoi tentativi di guardare nelle infinite direzioni a cercare uno spiraglio di luce sono vani. “Benvenuti nel mondo dei ciechi!”. A quel punto non restava che fidarsi alle mani sapienti della guida, che da non vedente, sapeva muoversi con tale eleganza tra gli ostacoli che io mi sentivo quasi il suo bambino. Stavo ripercorrendo la vita al contrario. Io ero un’anima smarrita e lei mi insegnava a fare i primi passi nella vita. Non riesco a descrivervi le sensazioni che si provano in quei momenti. E’ un misto di rassegnazione, ansia, incredulità, stupore, dolore. Provare sulla propria pelle una disabilità è come svegliarsi da un sonno felice in cui si è sguazzato per l’intera propria esistenza.

In fila indiana, le mani sulle spalle del vicino, ci muovevamo nel buio di quel corridoio. Io ero il primo della fila, le mie mani, nelle mani sapienti di Alice, così si chiamava. Non ho idea di come fosse fatta, ma era il mio angelo custode e la ricorderò così. Ricordo di aver detto “Mi fido ciecamente di te” e di aver fatto sorridere l’intera riga. Questo è il mio modo di sopperire alla paura, con l’ironia tesa delle corde vocali. Alice ci ha condotti in un bar, una sala affollata di gente che provava la stessa esperienza. Riconoscevo, a distanza, un gruppo di romani che cantavano. Riconoscevo qualcuno che suonava un piano, una melodia che non potrò dimenticare mai nella mia vita. Ricordo di essere stato condotto ad un tavolo, i miei amici seduti accanto.Continuavo a parlare per essere sicuro che fossero vicino a me. Allungavo le mani per capire il mondo intorno a me. Ricordo le carezze di qualcuno che desiderava tranquillizzarmi e c’era una tale tenerezza in quel gesto. Io non ho mai visto quel posto, ma potrei disegnarlo. I tavoli irregolari su cui eravamo seduti, il pianoforte leggermente rialzato, il bancone dietro la mia schiena. Ricordo il mio senso di smarrimento, l’udito che cresceva sempre di più e che talmente percepiva i rumori più sottili, che il mio cervello faceva una gran fatica a filtrare i dati, che terminavano la loro corsa in una nube intorno alla testa. Ricordo le mie mai sudate, di aver ordinato un succo d’arancia e di averne bevuto solo metà. Ricordo la voce di una signora alla mia destra che mi raccontava la sua vita. C’era una grazia insolita nel suo fare. Ricordo di non averla giudica, di averla immaginata bellissima, di essermi totalmente affidato a lei.

Qualcosa di molto più grande di me aveva acceso un fuoco nella mia anima che non mi dava tregua, respiro. Non dava un senso alla vita così come l’avevo fino a quel momento percepita. In un batter d’occhio mi sono ritrovato con dieci anni di più sulla pelle, la verità sbattuta in faccia e l’incredulo silenzio. Decido di uscire, di lasciare i miei amici la. Pochi minuti e mi lascio l’ultima tenda alle spalle e a quel punto un fendente, dritto negli occhi, che mi brucia le pupille. La luce. Torno a vedere una vita che forse non ha più il valore di prima.

Questa è una storia vera, la mia storia, durata appena 15 minuti. Fuori c’è un mondo di vite che ignoriamo e che vivono nel buio, nel silenzio, nell’immobilità e amano la vita tanto quanto noi, forse più di noi. “Non occorre vedere per guardare lontano”

Link:

http://www.dialogonelbuio.org/index.php?option=com_content&view=article&id=26&Itemid=52

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