Ci siamo immaginati diversi quando guardavamo il mare al tramonto. In quella bellezza del chiaroscuro che avvolge le onde ci siamo raccontati l’esistenza beata della nostra giovinezza. Così mentre il sole scendeva in quello specchio rosso dei tuoi capelli, il cielo dei tuoi occhi si spegneva. Ho imparato ad amare quel silenzio che ti avvolge tutte le sere. Quel silenzio che è solo una paralisi della parola ma non è vuoto. E tanto era brutale la nostra tranquillità che contavo i respiri dal rumore del fumo della tua sigaretta. Dimmi quanto conta tornare a camminare tra la gente. Raccontami degli sguardi indiscreti che eviti contando le fughe tra i sampietrini dove l’acqua scivola e lava i ricordi. Per questo sceglievi i silenzi alle parole, perché nella gente vedevi gli altri ed in me vedevi il senso delle parole nascoste. Ed io parlavo tutte le volte che mi allontanavi. Come due poli di un magnete, i tuoi silenzi e le mie parole. Ho immaginato prati verdi dove avremmo fatto correre il tuo cane ed il suo sguardo impertinente che ti fa sorridere. E quando sorridi ti riconosco, quella smorfia destra che muove l’angolo della bocca e fa respirare il sorriso bianco che mi rapisce. Io non ricordo perché ci siamo negati questa passeggiata che conduce alla scogliera e che contiene il ricordo di tutte le stanze che abbiamo vissuto. Quello che so è che da quando ho iniziato a tacere io ascolto la musica ad alto volume per camuffare il rumore dei miei pensieri.

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