Perdersi per poi ritrovarsi


Non riesco a fare pace con me stesso. Non riesco a sorridere ai capelli bianchi che spuntano come funghi nella chioma di china. Non riesco a rinunciare alle panchine d’inverno, al silenzio del cielo stellato che mi consuma la vista. Poi scivolano lacrime di pioggia da questi neri di seppia e solcano il bordo delle narici, attraversano la barba fitta, il fumo della sigaretta e muoiono nel sapore di ruggine tra le labbra, dove riciclo i silenzi in parole. Mi misuro con il cambiamento, con questi confini che sembrano non appartenermi e non so neppure chi sono io, se mi conviene il tempo. Mi sono perso nel mondo, sul risciò che trasporta le vite diverse dal comune. Mi sono perso nei profumi della gente, nella tua voce, in tutti i colori caldi che caratterizzano lo spettro delle emozioni. Non riesco ad immaginarmi senza maschera, senza quella corazza che mi fa sorridere, arrabbiare e arrossire all’occorrenza. Sono nomade, come ogni anima in fondo è. Sono altrove, come tutte le volte che mi avreste voluto qui. Sono la dialettica da bar, quel senso di orrido e volgare che asciuga la voglia di sapori dolci. Sono il ricordo di ieri e la voglia d’amare di domani. E si sa come questo gioco di lembi contrapposti che s’allontanano reciprocamente si riassuma ad una trama che li tesse insieme, inseparabili. Come nel gioco dell’amore in cui a volte calpestiamo e a volte veniamo calpestati. Come nel gioco della vita, in cui amiamo perderci per poi ritrovarci.

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