Fenice


E non importa se ci siamo osservati in una cruna d’ago e abbiamo scoperto che siamo perfettamente conformi all’immagine che il mondo ha di noi. Non importa se quando ci sono gli altri mi osservi esattamente come osserveresti i silenzi. Non importa se siamo rimasti soli in questo gioco di simmetrie in cui io cerco una parte di me in te e in cui tu affoghi le tue parentesi aperte in me. Non riesco a dimostrare tutto quello di cui sono capace, perché quando ti ho immaginata mia ho acceso le mie paure. Tu dov’eri quando facevo a pugni con la voglia di urlare al mondo la mia idiosincrasia verso tutto ciò che non amore? Allora eccomi qua, forse mi sono svelato, ho svelato i miei dubbi. E sto a mio agio nella vita solo quando respiri vicino alla mia bocca e prendo aria da ciò che resta di te, respiro dopo respiro. E so che quell’aria ha scambiato sentimenti con il sangue, lungo gli alveoli. So che quando mi guardi e spegni la luce, silenziosamente le parole della gente non hanno più valore, non ho valore io, non ha valore il tempo che corre al doppio del ritmo normale. Tutti pensano di conoscerti, di sapere quello che indossi sui tuoi fianchi, sul volto. Ma solo io ti ho vista correre, guardare il mare di notte, piangere, parlare. Solo io ho avuto questo privilegio. Il privilegio di perdermi nella terra rossa dei tuoi occhi, di passarti la mano sul viso e di scoprire perché diventa rosa di pesco quando non riesci a dare fiato alla bocca. Io ti ho immaginata per tutto questo tempo come un’onda lontana, ed oggi sei giunta sulla mia spiaggia di cocci che riesci ad avvolgere, insieme, in un solo gesto.

Foto di Duane Michals.

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