Mosca Bianca


Ho passato molto tempo a sedurre una mosca appoggiata alla finestra di camera mia. Le mosche sono insetti inutili e curiosi. Non hanno la percezione del vetro come materia, come ostacolo. Rumorose ed inquiete le vedi dimenarsi, nel tentativo di superare ciò che non comprendono. Tac, tac, tac! Un rumore incessante, scandito dal metronomo al tempo andante, di testoline che s’infrangono contro quella trasparenza artificiale ed insolita. Che gran fastidio procurano le mosche, il loro inutile girovagare nel mondo che attraversa per qualche motivo il confine delle nostre camere, dove vorremmo godere del silenzio.

Le mosche sono come certe persone, sono il limite per sé stesse. Sono tutto ciò che serve per costruire una casa. Sono la terra, la pietra, i tetti. Sono tutto ciò che serve a riempire una casa. Sono le sedie, la biancheria, le stoviglie. Sono tutto a meno delle finestre, perché quando consideri questi vettori le mosche s’infrangono, fino a morire, di colpi suonati, ripetuti, per riscuotere la libertà.

Poi abbiamo deciso di mettere le porte e le finestre, abbiamo deciso di rendere invalicabili i nostri confini. Abbiamo costruito le prigioni dei nostri pensieri. Abbiamo lottato contro il vento e la pioggia che tanto voleva farsi carico dei nostri panni sporchi, per lavarli in casa nostra. Abbiamo creato la nostra prigione e la nostra illusione, la luce. Luce che attraversa i vetri e le tende.

Ho passato molto tempo ad osservare una mosca e non ci ho capito nulla. L’ho vista esausta retrocedere ad un tentativo di resa e poi riprendere, imperterrita, la stessa danza. Ho pensato che un colpo secco di rivista arrotolata a mo’ di manganello avrebbe restituito pace al mio pomeriggio estivo, salvezza alla sua meta interrotta. In realtà, ritornando al punto di partenza, non ci ho capito nulla. Ho passato più di metà del tempo a giudicare la natura di una mosca. Quel modo d’essere che tanto non puoi cambiare perché è così com’è, senza gloria né infamia, senza destino, senza vetri. Ho aperto la finestra, in un gesto d’amore verso le mie orecchie o per il senso di colpa di aver costruito castelli di vetro intorno alle mie mosche. Sono volato via, in un rumore di ali verso l’azzurro del cielo. In un unico gesto ho amato me e quel maledetto insetto.

Pensa che strano quando l’inutile viene e t’insegna l’amore. Le cose sono così senza motivo.

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