An einem strasserand


Certi paesaggi non esistono, fanno parte dei silenzi delle mie pellicole impolverate. Esisto io, la mia memoria giustiziata da fendenti di luce che attraversano l’obiettivo, le pupille e tracciano fotogrammi indelebili di questi vicoli dove mi confronto con i pomeriggi interrotti.

La strada è casa mia, quella penisola che non sfugge alla contaminazione, alle isterie, alla ineluttabile avanzata del cemento che ridisegna i giochi di ombre, all’insistente odore di ruggine delle lamiere che prendono il largo ogni volta che cerco pace nei porti di queste metropoli. Mi muovo al ritmo delle sirene che si accavallano, al ticchettio incessante di piedi sconosciuti che scantonano. Mi ritrovo sempre qui, a sentire il ruvido delle panchine sotto i polpastrelli, a soffrire delle scaglie di lanavetro dell’illuminazione pubblica che s’infiltrano sotto la pelle, a ripulire con lo sguardo le facciate ricoperte di santini.

Di tutti i dettagli immortalo quelli omessi, taciuti, figli di un gesto umano, di un’identità che non smette di manifestarsi nei sobborghi, lungo i marciapiedi, i pontili, ridisegnando le maree che bagnano i deserti urbani.

Ma io chi sono in queste parentesi di sola andata? Una massa pigra che divora la città, un’ape furibonda in cerca di un approdo, di un pozzo blu da cui estrarre parole colorate che rendano giustizia ai palazzi popolari, ai container, al puzzo di acqua stagnante e gasolio. Sono un pittore di tele abbandonate, una catena interrotta che giace nei luoghi comuni che da bambino definivo la mia “stanza grigia”, la mia alcolica visione della naturale follia umana, la mia America.

Certi paesaggi non esistono, sono storie che si tramandano ciurme di pirati nelle osterie. Per questo dipingo i luoghi comuni, della giacenza, della vita che non si rappresenta ma che scorre inesorabilmente. Questa è la mia dignità, la parità di espressione, la giustizia privata. La mia poesia, la strada.

Sono tutto ciò che vedi tra i fumi industriali e le reti dei pescatori. Sono un calice di vino tatuato addosso a furia di sorseggiare il sapore di memorie condivise. Sono le mani sporche di tintura che insegna alle pareti bianche. Sono sempre io, la mia fotocamera e queste navi che prendono il largo. Sono le biciclette che saccheggiano le strade di Edimburgo, gli adesivi dei gruppi musicali sconosciuti, le bottiglie di birra abbandonate sull’asfalto, come me certi pomeriggi estivi.

Sono tutto ciò che ometti vivendo e te lo racconto.

Foto di Lorenzo Barone Caleca.

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