Pillola rossa, pillola blu


Se quel sabato di febbraio avessi capito chi avevo difronte, se avessi capito che quella domanda fatta a quel ragazzino avrebbe cambiato la mia intera esistenza, se avessi inteso la mole di quella presenza, se fossi stato cosciente della casualità del destino, certamente non gli avrei posto quella domanda: “Se dovessi scegliere tra una pillola rossa-che è un viaggio nel passato per cambiare le cose-e una pillola blu-che sono quindici milioni di euro-cosa sceglieresti?”. Le domande che uno pone inconsciamente hanno sempre qualche ragione liberatoria, riducono la distanza tra l’Io e gli altri ed io avevo bisogno di sintesi, di ridurre il valore di quella persona ad una risposta. “Pillola blu!”, mi ha detto, “terrei dei soldi per me, per non avere pensieri e donerei il resto”. Mi ha detto così.

Adesso ho capito la distanza che ci separa, il tempo, quella necessità di immediatezza, la vulnerabilità. Io che il tempo non lo comprendo, come certe persone che confondono il vuoto e l’assenza, il bisogno con la capacità di volere. Io che faccio foto per bloccare il tempo, io che scrivo per imprimere i pensieri di ieri che già non esistono più, io che “pillola rossa tutta la vita”. Pillola rossa, perché il tempo andrebbe fermato certe volte, quando l’illusione di una stagione liberatoria di yoga è alle porte, in cui i pensieri evadono dalla testa e ci si sente leggeri, in quel momento esatto io fuggirei per cambiare il destino. Rewind, mi guardo allo specchio, acqua fredda sul viso e via, pronto a sistemare le cose, senza timore di rivivere, di riviversi. Perché sono nato il 22 e sono nato ribelle.

Questo è un treno, lo vedi, vedi come fugge, vedi come si allontana dalla stazione di partenza? Lo so, ti assenti dai tuoi demoni, ti assenti dai tuoi errori, ti assenti volentieri da te, ma in questo vedi una giustizia, ti chiedo? Se per una volta facessi inversione, tendenza al contrario, pillola rossa, per mettere a posto i tasselli del lego?

Una volta ho fermato il tempo. Ricordo una penisola umana affacciata alla finestra, era una ragazzina ormai divenuta donna ed ora era la donna che non riusciva a far volare il peso di quella ragazzina. Gonfiammo un pugno di palloncini neri, per tornare in quella casa a liberare, per sé, il mondo da sé.

Allora non avevo inteso chi eri, ragazzino. Non avevo inteso perché mi guardavi con la pace negli occhi di chi passa sempre il cancelletto, di chi spegne la luce e guarda il mare. Naso, occhi, cuore, cervello, tu non hai inteso, ragazzino, il peso di quella preghiera perché dimenticandoti di ricordare hai perso anche l’amore e l’amore è un paradigma che inverte il tempo, pesca nei demoni e restituisce sentieri liberi. Come l’acqua sta alla rosa di Jericho, vitale e mortale, ritorna sempre a dare la vita.

Adesso sei libero ragazzino, adesso sei libero. Sai, anche io guardo il mare e per me non è infinito, per me non è un mantra. Io lo riconosco, conosco il confine, conosco il limite, conosco la tempesta, conosco la tramontana, ed erano tutte li, nel mio passato, quando non sapevo nuotare e poi ho imparato. Non come te, che non sapevi nuotare e hai deciso, che tanto, pillola blu, non avresti imparato mai.

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