Il mostro


Il mostro è solo un’abitudine. Il mostro è la solitudine scontata della domenica pomeriggio e l’ansia la sua attrice preferita. A dirla tutta il mostro è l’inquietudine notturna, l’insonnia maestra delle misure invariate della camera da letto. Il mostro è la violenza d’amore, l’impeto animale delle mattanze represse, il morso della serpe, il veleno della paranoia stantia, ed il mosto o l’aceto che resta allo spuntare della donna abusata, l’insorgere della mancanza al notturno di una finestra aperta che lascia uscire i sogni. Il mostro è una bestia dell’anima, è un barcone di sessanta neri stivati come le bestie del circo nazista, del movimento benpensante dei clown, ridenti assassini del quinto piano, ignari vicini della banalità. Il mostro è una montagna di psicofarmaci dei manager in carriera all’orizzonte dei computer di ultima generazione, sotto qualche amministratore di primo livello, tutto sale e carriera, che per mantenere il senso del vuoto, obiettivo raggiunto si butta nel culo l’ultima perversione divina o la serotonina in vena di qualche bisogno poetico. Il mostro è la dipendenza dall’indipendenza, dall’essere anticonformista, attivista, perbenista, assenteista Lazzaro morto e risorto nella fede mancata della propria autostima finita, del giudizio universale a cui ci sottoponiamo ogni mattina allo specchio della nostra innocenza, allo schioccare della paura. Il mostro è la famiglia media, morta martire all’insorgere dei gratta e vinci la fame della speranza mancata, la madre zitta e lava che il padre povero bestemmia la rabbia dei soldi appena finiti, dei natali sfitti, e dei silenzi di prozac-dipendenza dell’ottusa verità che salva il sud dall’essere vivo. Il mostro è la bestia nella testa, la foresta della coscienza, Zeno che molla e molla anche il boia e l’ultima manciata di note che mi restano per comporre il capodanno perfetto, quando una nuova notte è appena finita e un nuovo giorno appena cominciato e l’ispirazione alla frutta della citazione marzulliana nota ai nostalgici delle notti accese. Il mostro è solo l’abitudine a cui non ci arrendiamo mai, le gabbie che non smettono di inferire sul libero arbitrio e il bisogno di essere qualcuno senza accertarsi di non essere nessuno, per sciogliere ogni pretesa, per ogni carezza appesa alla paura di essere uomini in preda a qualche forza morale. Il mostro è l’assenza di ogni spiritualità. Il mostro è l’assenza.

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