La Falena


Ero fermo al settimo piano di quel grattacielo e vedevo la gente infinitamente lontana riversarsi lungo i binari del tram e scavallare a ritmo serrato tra gli impegni del lunedì. Trovarsi in quella latitudine è come sforzare l’auto in salita, è come scivolare tra le pareti di un involucro di sughero, la sensazione di un’avanzata a rilento, come lo zigzagare di una falena tra le luci della notte. La sensazione di non avvertire il prossimo. Cubi di vetro come contenitori di animali estinti o di uomini senza poesia. La sensazione di essere vivi e per qualche forza inerziale trascinati come palline da ping-pong tra i birilli. Resti in piedi o cambi direzione, non importa se alla fine resti a segarti per illudere l’ansia della domenica. Essere svegli di notte a contare le stelle fluorescenti attaccate con il biadesivo al soffitto, riconoscere ogni cosa della propria stanza, le ombre sui bordi dei poster, l’ordine decrescente per autore dei libri sulla parete, l’odore dei vinili raccattati ai mercatini lungo il naviglio. Questo è stato il mio istinto di sopravvivenza, resistere alla notte per rendere il giorno più inquieto. Certe rivoluzioni iniziano di notte, quando accendi la prima e procedi di dialoghi interiori, certi riversi sulle righe di carta, certi rimasti in piedi ad aspettare di essere colti quando già la luce filtra dalla finestra a piccoli morsi e ti chiedi se riuscirai a fare un cenno di sfida alla vita.

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